"La transizione ecologica è un atto dovuto al pianeta e alle generazioni future. È un impegno che comporterà dei costi da non sottovalutare: a fronte della consapevolezza che il modello, fino a poco tempo fa indiscusso, non è più sostenibile, ognuno deve assumersi la propria responsabilità. È necessario ridurre le emissioni e ciascuno può dare un contributo: istituzioni, cittadini e imprese. Anche il settore moda può fare molto: basti pensare che ogni anno nel mondo si producono circa 150 miliardi di capi di abbigliamento e di questi il 20 per cento resta invenduto e meno dell’1 per cento viene riciclato. Il comparto contribuisce al 10 per cento delle emissioni di gas serra".

In vista dell’evento Getting Greener, il forum organizzato a Napoli venerdì 9 giugno dal settimanale Elle per aprire un confronto di idee sulle pratiche della sostenibilità, abbiamo incontrato il ministro dell’Impresa e del Made in Italy Adolfo Urso, che tra sarà tra gli ospiti del forum.

Ministro Urso, transizione ecologica e digitale, sostenibilità sociale ed ambientale sono cambi epocali. Come è possibile accompagnare le imprese, soprattutto le PMI, in questo passaggio? E come incentivare forme di economia circolare?

L’Italia, che è leader nel settore, può farsi davvero paladina di un nuovo modo di produrre, sempre più apprezzato dai consumatori: il nostro bello e ben fatto si arricchisce oggi della sostenibilità. In quest’ottica uno sforzo del sistema Italia su riciclo, riduzione degli sprechi e diminuzione dell’uso di energia diviene un valore aggiunto ancora una volta – e questa volta lo speriamo! - da imitare.

Occorre però essere realisti: per raggiungere alti standard ambientali occorre parimenti lavorare sull’avanzamento digitale delle imprese cosicché possano essere riorganizzati i processi produttivi ottimizzando le risorse ed eliminando gli scarti e gli sprechi.

Per sostenere questa doppia rivoluzione un primo intervento riguarderà la definizione del nuovo Piano Transizione 4.0, sia in termini di assegnazione di nuove risorse provenienti da RePowerEu e dalla rinegoziazione del PNRR, sia in termini di obiettivi sempre più orientati ad assicurare il sostegno a progetti di innovazione di processo in chiave digitalizzazione, sostenibilità ambientale e sociale.

E poi c’è un'altra leva su cui occorre accelerare, se vogliamo raggiungere entro il 2050 un’economia a zero emissioni: la nostra economia deve diventare pienamente circolare. Oggi solo il 12 per cento delle materie secondarie e delle risorse vengono reintrodotti nei cicli produttivi: dobbiamo sfruttare questo enorme potenziale per aziende e consumatori. In quest’ottica siamo intervenuti anche nel recente provvedimento sul Made in Italy con misure di sostegno alle imprese che promuovono e sostengono la ricerca, la sperimentazione e l’innovazione dei processi di produzione di fibre di origine naturale o provenienti da processi di riciclo, guardando in particolare alla loro sostenibilità.

Secondo un recente studio in Europa ci sono infatti circa sette milioni di tonnellate di rifiuti tessili, di cui solo il 30-35 per cento viene raccolto. La principale fonte di rifiuti tessili (ovvero l’85 per cento) proviene dalle abitazioni private e circa il 99 per cento di questi è stato prodotto utilizzando fibre vergini. L’Associazione europea del tessile stima che, una volta maturata e ridimensionata, l’industria del riciclaggio dei tessuti potrebbe diventare un’industria redditizia con una dimensione totale del mercato di 6-8 miliardi di euro e circa 15mila nuovi posti di lavoro diretti entro il 2030.

Questi dati allora ci spiegano perché si parla sempre di “rivoluzione verde”: occorre rivedere il modo di produrre, raccogliere le materie prime e soprattutto è necessario ripensare i modelli a noi familiari, anche di utilizzo dei capi di abbigliamento. Pensi che gli indumenti vengono gettati dopo essere stati indossati solo 7 volte. Questo è uno spreco inaccettabile, anche moralmente.

Il decreto sul Made in Italy prevede anche incentivi per l’imprenditoria femminile?

Le donne ricoprono un ruolo fondamentale nell'economia e nella società. Gli ultimi dati ci dicono che il tessuto imprenditoriale è composto da oltre 1,3 milioni di imprese femminili, pari quasi a quarto del totale: sono piccole, avendo nel 97 per cento dei casi fino a 9 addetti, e svolgono attività nel settore dei servizi. Siamo tutti testimoni del fatto che le donne hanno una spiccata capacità di adattamento che nel mondo produttivo si traduce in capacità di resilienza e di innovazione e per questo nel decreto di legge sul Made in Italy abbiamo destinato 10 milioni di euro al potenziamento delle iniziative di auto-imprenditorialità e imprenditorialità femminile. Tuttavia, occorre dare un sostegno non solo per avviare le attività, ma soprattutto per farle crescere negli ambiti che danno competitività. A seguito dello shock pandemico, questo tipo di impresa ha dimostrato una maggiore reattività in termini di avvio della transizione digitale mentre nel green, nonostante abbia investito maggiormente rispetto alle non femminili, ancora appare poco reattiva.

Inoltre, siamo consapevoli che c’è un problema più ampio: l’occupazione femminile è ancora troppo bassa, soprattutto al Meridione. Il PNRR ha proprio la finalità di ridurre i divari e come Governo stiamo lavorando per rafforzare tutte le misure in grado di ridurre anche questa disparità di genere che produce una perdita per il Paese, non solo per le donne.

La filiera globale della moda si è rivelata poco sostenibile sotto diversi punti di vista. Che prospettive intravede per un possibile ritorno delle produzioni nei paesi UE, il cosiddetto reshoring? Il suo ministero lavora in questo senso?

In un'epoca di de-globalizzazione il reshoring delle aziende sarà un fattore cruciale. Vent’anni fa il mondo si era illuso che tutti i Paesi potessero partecipare al villaggio globale. Ma il mondo di oggi è molto diverso e la filiera corta che contraddistingue le nostre produzioni si è dimostrata vincente perché meno esposta agli stress derivanti da shock esogeni, come pandemia e guerra.

Allora diventa strategico riflettere sull’opportunità di reshoring anche per produzioni oggi globali, come la moda. Tuttavia, il nostro disegno è ancora più ambizioso: stiamo lavorando soprattutto su politiche di attrazione degli investimenti. Oggi è importante rendere l’Italia un posto accogliente per tutte le imprese che hanno voglia di lavorare con noi, non solo per coloro che un giorno avevano lasciato il Belpaese e si sono pentiti.

Vogliamo portare in Italia alcune produzioni strategiche come i microchip, i droni, le batterie elettriche per le auto del futuro e i pannelli solari. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy è in prima linea per attrarre nuovi capitali. Le recenti norme che abbiamo approvato ci permettono di offrire alle imprese straniere, alle multinazionali, ai fondi di investimento, uno sportello unico a loro dedicato, per facilitare, indirizzare e sburocratizzare le procedure e avviare nuove attività in Italia. L’investitore sarà accompagnato in tutti gli adempimenti funzionali alla realizzazione dell’investimento, compresa l’eventuale domanda di incentivi. Molto importante anche la fase di after-care, utile per trattenere l’investimento straniero in Italia. Abbiamo un disegno ampio di politica industriale e tutti i comparti che aggiungono valore alla nostra competitività sono parimenti considerati perché la forza dell’Italia risiede proprio nella sua capacità di creare eccellenza e portarla nel mondo, cosa che la nostra Moda fa da sempre.

Allora quali sono le aree di intervento che state studiando per sostenere il comparto?

Innanzitutto, occorre valorizzare ideazione, design, competenze: sono questi gli asset che contraddistinguono il settore italiano, rimangono al di là dell’assetto proprietario delle singole imprese. Dobbiamo difendere il Made in Italy attraverso il rafforzamento delle nostre competenze e soddisfare quella domanda di lavoro del settore a cui mancano almeno 40 mila addetti: l’offerta non riesce a fornire persone adatte perché carenti delle expertises necessarie a svolgere certe mansioni.

Stiamo lavorando per migliorare l’offerta formativa a tutti i livelli, a partire dalla scuola secondaria fino ad arrivare alla formazione superiore. Il progetto è ampio e ambizioso: vogliamo introdurre il liceo del Made in Italy, rafforzare gli ITS, favorire le Accademie e le Scuole dei Mestieri.

Solo così i nostri lavoratori saranno in grado di usare sapientemente le nuove tecnologie in grado di produrre in modo sicuro e sempre più sostenibile, anche nella moda. Su questo e molto altro indispensabile a definire la futura strategia per il settore, lo scorso 23 gennaio abbiamo avviato un tavolo di confronto: con tutti gli attori siamo impegnati a dare vita a un patto tra produzione, trasformazione e distribuzione commerciale per creare una filiera etica all’altezza del nuovo millennio.

GLI ARTICOLI PIÙ LETTI DI ELLE.IT
le borse della primavera estate 2023
Le borse della Primavera 2023

LEGGI ORA

launchmetrics.com/spotlight
hair dusting capelli
I tagli capelli della Primavera 2023
re carlo
Tutto sull'incoronazione di Carlo III
Anwar Hussein//Getty Images
articoli più letti
Il taroscopo di Elle per il 2023